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tradimenti

Leda ed il cigno 1


di iltiralatte
19.07.2025    |    1.693    |    0 6.0
"L’idea che l’amore potesse essere distribuito come un bene comune, che i gesti potessero essere gestiti ed i corpi negoziati si trasformò in Nero nella matrice della diffidenza assoluta verso..."
Prologo

Nero spinse piano la porta di casa, trattenendo il fiato con la cura di chi torna da una giornata faticosa e non vuole disturbare chi viceversa ha avuto una difficoltosa ed impegnativa giornata all’interno della famiglia.
Nero era giovane ed innamoratissimo di sua moglie la quale, però, in quel momento era assente.
Il bimbo piangeva tutto solo nella sua culla e fu naturale, per lui, prenderlo tra le braccia cercando di calmarlo.
Nero lo prese con dolcezza, lo fece dondolare piano e mormorò parole che non erano parole, solo suono: quello che serve a far notare la tua presenza.
Il bambino smise di piangere, si acquietò, posò la guancia sulla sua spalla.
In quel silenzio improvviso Nero udì altro: un ritmo ovattato, intermittente, proveniente dalla camera da letto.
Quello era un rumore inequivocabile e lo riconobbe immediatamente.
Rimase fermo un istante, il piccolo ancora ninnato tra le braccia.
Il battito del suo cuore cambiò tempo, e con passo lento si avvicinò alla porta.
La maniglia era fredda.
Il respiro gli si strinse in gola.
Non aprì: non ancora ma comprese tutto.
Il tempo si concentrò tutto in quella unica frazione di secondo.
Il figlio calmo contro di lui, il letto oltre la soglia e quei suoni che non lasciavano adito alla speranza od ai dubbi.
La porta della camera era socchiusa, e il rumore non lasciava spazio a diverse interpretazioni.
Nero la spinse appena, con gesto preciso, lento, deciso come chi non vuole sorprendere ma confermare.
La luce che filtrava tra le tende era sufficiente a scolpire le sagome sul letto: sua moglie distesa, coinvolta e sopra lei un uomo che non ebbe neanche il tempo di voltarsi.
Nero non parlò.
Il bambino, ancora tra le sue braccia, sembrava pesare il doppio come se quel piccolo corpo avesse assorbito tutto il silenzio della stanza.
Sua moglie si sporse da sotto quel corpo e lo guardò senza sorpresa, quasi con fastidio.
Ella si era sfilata da sotto il corpo del maschio e lo affrontò senza vergogna della sua nudità come chi sa già che non ci sarà discussione e voglia guadagnare del tempo.
Nero la osservava senza parole, il bambino dormiva nella culla ed il mondo sembrava ridursi a quelle mura, a quei passi, a quel respiro che non voleva affiorare.
Seduta sul bordo del letto, ella parlò senza rabbia né ironia.
Una voce piatta, logica.
— Possiamo continuare.
— Non è necessario distruggere tutto.
Si alzò, gli si avvicinò come si fa con un amico:
— Tu resti qui, mi abbracci, mi coccoli, mi dai stabilità.
— Io pure ti bacio, ti accarezzo e questo ci deve bastare.
— Il sesso posso soddisfarlo con chi, molto migliore di te, sa praticarlo davvero.
— Non devi essere geloso; è la natura stessa che lo suggerisce sin dai tempi degli antichi spartani.
Lo disse con una semplicità atroce, come se stesse proponendo un cambio turno o un riassetto domestico.
Nero non rispose.
Sentì il proprio corpo irrigidirsi ma senza rabbia: come se fosse respinto da una logica troppo perfetta per contestarla.
Fu in quel momento che comprese: non era solo quella scena a ferirlo ma anche l’idea di quell’equilibrio freddo in cui lui era previsto, collocato, ridotto.
Lei non capiva o forse non voleva capire.
Restava lì, in piedi, come se la proposta fosse ancora sul tavolo, come se bastasse il tempo a convincere il marito della bontà della sua proposta.
Nero non cercò parole: non ce n’erano.
Provava una nausea che non saliva dallo stomaco ma derivava dalla logica, dalla freddezza, dalla matematica con cui era stato annullato e ridotto a zero.
— Esci.
Lo disse piano ma la voce aveva già chiuso la porta prima che lo facesse il corpo.
Lei sorrise appena, non provocatoria, meccanica come se quel gesto le fosse già noto, già visto, già atteso.
Si rivestì non per vergogna ma per necessità pratica.
Raccolse poche cose.
Non ci furono urla, né suppliche.
Non ci fu neanche quel silenzio che si stabilisce tra due corpi feriti.
Unicamente una soglia varcata e il suono della chiave gettata sul tavolo.
Nero rimase nel salotto, immobile.
Il bambino dormiva con la culla ancora calda della sua assenza.
La casa era salva.
Lui no, perché quella ferita non aveva corpo: aveva geometria e non avrebbe sanguinato.
Avrebbe continuato a disegnare confini, giorno dopo giorno, dentro di lui.
Quelle parole non sparirono mai.
Non furono archiviate né smarrite.
Restarono lì, intatte, sempre presenti, come incisioni sotto pelle cui non serviva nessuna memoria per riemergere.
L’idea che l’amore potesse essere distribuito come un bene comune, che i gesti potessero essere gestiti ed i corpi negoziati si trasformò in Nero nella matrice della diffidenza assoluta verso le donne.
Non verso il loro desiderio ma verso ogni tentativo di razionalizzare l’intimità.
Ogni volta un abbraccio gli sembrava condizionato, ogni volta un gesto d’affetto sembrava programmato.
Sempre sentiva riecheggiare quella voce piatta, logica, e feroce.
Gli anni passarono.
Egli non ne parlò mai a nessuno ma l’idea lo strutturò, invisibile come un codice sorgente.
Egli senza volerlo, la ripropose.
Non punì, non ordinò: disattese.

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